La linfa rossa

Marta Gianni - Istituto storico italiano per il Medioevo

Il sangue, elemento essenziale della vita, ha assunto nel tempo molteplici significati di tipo simbolico o in relazione al suo effettivo utilizzo; mezzo di purificazione e comunione con la divinità nei riti di iniziazione, simbolo del sacrificio nelle pratiche religiose, apportatore di forza nelle cerimonie magiche, è stato impiegato anche come unico rimedio possibile contro le malattie incurabili.

Raffaello, Crocifissione

Londra, National Gallery: Crocifissione di Raffaello (1520). I due angeli ai lati raccolgono le stille del sangue di Cristo.

Linfa prima dell'esistenza, il sangue assume, in tutte le culture, una grande importanza e molteplici significati: dalla concezione di esso quale elemento apportatore di forza, (il guerriero si tinge di rosso o beve il sangue del nemico per trasfondere in se le energie del defunto) o di vitalità rigenerativa (Odino esige il sangue dei re per far fruttificare le messi); dall'accezione restrittiva (sfociante nei tabù del sangue mestruale o nell'astensione dalle carni non dissanguate) all'idea catartica che vede nel sangue l'elemento purificatore, il tramite carismatico per l'avvio a nuove dimensioni spirituali; dalla libagione del sangue come mezzo per penetrare in dimensioni diverse (le maghe tessale che bevevano sangue prima di evocare le ombre) alle leggende transilvane di un Dracula o di una contessa Bathory[1] (il sangue come unico mezzo contro il disfacimento corporeo).

Nei testi biblici, insieme con il concetto restrittivo dell'impurità, è però anche presente l'importanza del sangue quale elemento primo della vita[2] ("anima carnis in sanguine est", lo spirito dell'essere vivente è nel sangue: Lev. 17 ,11) e come mezzo d'impiego nei sacrifici rituali, nei quali l'aspersione dell'altare mediante il sangue della vittima immolata rappresenta uno dei punti più importanti del sacrificio stesso.

Nella paolina Lettera agli Ebrei, poi, il sacrificio di Cristo,

non per il sangue di capri e vitelli ma mediante il proprio (Hebr. 9, 12)

si configura come promessa di redenzione e mezzo di salvezza. Nel cristianesimo, infine, lo spargimento del sangue - quell'"effusio sanguinis" che diviene semen christianorum, come orgogliosamente proclamava Tertulliano nel suo Apologeticum - diviene motivo ricorrente nell'agiografia, configurazione non soltanto del martirio ma addirittura desiderio anelante ad esso, incentivo propagatore della fede, semen christianorum appunto, proliferazione delle testimonianze e tramite per l'attuazione del congiungimento con Dio.

Ma ancor prima della diffusione del cristianesimo e al di fuori della cultura giudaica il sangue aveva assunto, rispetto alla primitiva concezione, significati particolari. Ad esempio nel culto di Cibele[3], la Magna Mater il cui santuario, il Phrygianum, sorgeva a Roma sulle pendici del colle Vaticano, il rito fondamentale era il taurobolio: il neofita veniva coricato in una fossa e qui, attraverso un graticcio posto sull'imboccatura, riceveva su di se la pioggia del sangue di un toro sgozzato. Questa prassi ci viene descritta da Prudenzio, poeta cristiano del IV secolo, nella sua opera Peristephànon:

La rugiada di sangue cola nella fossa attraverso le numerose fessure del legno. L'iniziato espone la testa, gli abiti e tutto il corpo, che ne vengon cosparsi, alle gocce che cadono. E s'inarca per far bagnare la faccia, le orecchie, le labbra, le narici; e si riempie di liquido gli occhi e la bocca e bagna la lingua col sangue nero e lo beve avidamente.

La cerimonia, che affondava le sue radici nell'antichissima tradizione del culto della Dea Madre quale rito agrario e che, quindi, aveva originariamente rivestito gli aspetti primitivi della magia simpatica - l'offerta del sangue, elemento vitale, alla Terra perché essa se ne nutra e rifiorisca -in epoca imperiale aveva assunto un significato più complesso: il neofita non si limitava a ricevere, con la doccia cruenta, una maggiore forza ma il lavacro di sangue apportava una vera e propria rinascita, non soltanto fisica ma soprattutto spirituale. Non più sacrificio propiziatorio, quindi, ma vero e proprio mistero iniziatico, mezzo di purificazione e di trasformazione del credente.

In egual modo nei misteri di Mithra[4], l'iranico dio della luce, lo sgomento del toro - elemento fondamentale di questo culto - simboleggiava la vittoria luminosa sulle oscure forze cosmiche rappresentate dall'animale, la cui morte per mano del dio avrebbe apportato all'umanità e alla natura nuovi benefici.

Van der Weyden, Decapitazione di San Giovanni

Decapitazione di San Giovanni (1448-53 ca.) di Van der Weyden.
Il sangue del Battista prefigura quello versato dal Cristo a beneficio dell'umanità.

Se dunque in queste, ed in altre, prassi religiose è fondamentale il concetto di sangue quale elemento purificatore e quale mezzo di comunione con la divinità - così com'è anche espresso nell'eucarestia cristiana - non altrettanto, invece, accade nella sfera magica in cui il sangue, oltre a mantenere la primitiva configurazione di elemento apportatore di forza, è anche, nel suo impiego, quasi sempre connesso con la necessaria purezza dell'olocausto immolato. Se da un lato quindi, secondo l'accezione arcaica, ha forza e potere autonomi, dall'altro viene considerato e strumentalizzato solo limitatamente a particolari fini.

Il sangue d'infanti usato per taluni filtri stregonici o mischiato ai cibi del Sabba non sembra avere, di per se stesso, particolari virtù, ma viene richiesto e impiegato per poter offrire al demonio, in atto di latria, una materia prima e pura, così come negli arcaici sacrifici umani era spesso fondamentale la verginità della vittima.

Invece, il sangue impastato con l'ostia consacrata ed usato per fatture e malefici è indice di una commistione tra il magico e il blasfemo; di un implicito riconoscimento della forza dell'ostia - sangue di Dio - e di una fede nel potere autonomo del sangue-linfa dell'uomo. Così pure il sangue mestruale usato per i filtri amorosi è il ribaltamento, in accezione magica, della potenza negativa dei tabù e la reminiscenza della più antica forma di magia, quella della possibilità dell'unione delle anime mediante l'assunzione, o il contatto, di elementi corporei: il guerriero, impadronendosi della chioma o di una parte del corpo del nemico, ne assimila la forza; la fattucchiera, facendo ingurgitare il suo sangue all'amante neghittoso, ne conquista l'attenzione.

Proprio da questo confuso insieme di elementi diversi - ricordo di pratiche misteriche, suggestioni magiche, equivoche reminiscenze, diffuse dicerie - si andò sviluppando, in ambito medioevale, la credenza che voleva il sangue umano usato come panacea - mezzo estremo, ultima spes - per i mali più difficili a guarirsi. fu realtà nulla del genere è riscontrabile nei testi della medicina medioevale e la credenza si diffonde, invece, a livello di letteratura e di superstizione popolare. Per la lebbra, ad esempio, malattia per eccellenza e per secoli considerata incurabile, i testi salernitani consigliavano, insieme a parecchi altri rimedi, il sangue, sì, ma di testuggine. Troviamo invece l'uso del sangue umano nella notissima leggenda di Costantino e papa Silvestro, nella quale una gran schiera di maghi, medici, astrologi e incantatori suggerisce all'imperatore lebbroso di bagnarsi nel sangue di tremila giovinetti. fu Costantino, però, prevale la pietà e, grazie a questa e all'intervento del santo pontefice, l'imperatore è miracolosamente risanato. Ma se in questa leggenda, oltre al solito ricorso alla particolare efficacia dell'elemento puro - il sangue di bambini - il lavacro cruento sembrerebbe quasi assurgere ad una forma di rito anticristiano, ad una sorta di stravolgimento battesimale in accezione magica o misterica, ben diversi sono i contenuti e gli intendimenti di altre opere in cui pure troviamo il ricorso all'impiego del sangue umano. Nel Der arme Heinrich, celebre opera del XII secolo del poeta tedesco Hartmann von Aue, se possiamo riscontrare elementi simili a quelli della Leggenda di Costantino - il male incurabile, il suggerimento della drastica cura, il rifiuto in nome della pietà e dell'amore, la guarigione miracolosa dovuta alla provvidenzialità divina - vediamo altresì la condanna della limitata scienza umana di fronte all'onnipotenza divina; condanna espressa con un avvicinamento alle dicerie e alle credenze popolari, nelle quali il ricordo delle Scuole di Salerno e di Montpellier e la figura del medico salernitano, grottesca e assurda mentre affila sulla cote il suo coltellaccio, non solo non hanno la minacciosa incombenza della schiera dei maghi della Leggenda costantiniana ma neppure alcuna attinenza scientifica o reale e, tutt'al più, una realistica, vistosa e grandguignolesca dimensione teatrale.

Durer, Crocifissione con tre angeli

Crocifissione con tre angeli (1523-1525 ca.) di A. Dürer.
Il sangue del Redentore, supremo mezzo di salvezza, è raccolto in calici preziosi che richiamano forse il simbolismo del Graal.

Egualmente, a testimonianza del perdurare dell'idea del male incurabile sanato col sangue umano, in sacre rappresentazioni del XIII e del XIV secolo e, più avanti ancora, in fiabe e leggende popolari, l'impiego del sangue è sempre visto in funzione d'exploit drammatico, del tutto privo, ormai, delle antiche implicazioni. Così nel Miracle de Nostre-Dame d'Amis et d'Amille uno dei protagonisti, dietro suggerimento di San Michele, sgozza i suoi due figlioletti per aspergere col loro sangue l'amico lebbroso; salvo che, una volta ottenuta in tal modo la guarigione, i due bimbi vengono miracolosamente resuscitati per buona pace del padre e degli spettatori. Così nella Rappresentazione di un miracolo di due pellegrini il medico che consiglia, sempre per la cura della lebbra, l'uso di sangue verginale, è ormai stravolto in comico e teatralissimo archetipo di cerusico molieriano:

Noi parlerem, padre nostro, in grammatica, E non sine causa, perché c'è da fare Per quel che mostra teorica e pratica Oportet magnum balneum preparare Sanguine puro; res valde reumatica; Virginum ergo, nota, sine quare Eum sanare si volurnus in toto: Manum pulsus non est sine moto. Fatti con Dio: el rimedio è trovato; Vergin sangue bisogna avere umano.

Ma accanto a quest'impiego a livello d'espressione fantastica, dalla quale non va disgiunto una specie d'arcano timore nei confronti dei misteri della scienza medica, sussiste anche quello usato a fini libellistici, quale strumento d'accusa calunniosa e diffamatoria, peraltro non sempre disgiunta da un qualche possibile addentellato con la realtà. È il caso, ad esempio, del Liber ad honorem Augusti di Pietro da Eboli. In quest'opera della fine del XII secolo, tutta tesa all'esaltazione di Enrico VI, figlio del Barbarossa e futuro padre di Federico Il, l'accusa di curarsi la podagra - altro male tra quelli considerati di difficilissima cura - col sangue di giovani sgozzati viene significativamente rivolta dal poeta di parte sveva ad oppositori e nemici politici.

E la calunnia "politica" di tal fatta continuerà nel tempo ad essere impiegata senza risparmiare nessuno: Stefano Infessura, ad esempio, accuserà papa Innocenza VIII di farsi fare trasfusioni col sangue di bambini, morti in seguito alla troppo prolungata flebotomia.

Siamo, in questi ultimi casi, ben lontani da un'implicazione trascendente o concettuale dell'uso del sangue umano. Il fatto, perse le antiche accezioni, è divenuto soltanto elemento di ripugnanza e mezzo di offesa, strumento di generica accusa. Oppure, nella letteratura, l'impiego del sangue è un espediente drammatico, atto a movimentare la scena e a suscitare una compassionevole attenzione. Oppure, nei riti magici e nelle pratiche superstiziose, il sangue continua ad essere impiegato macchinalmente, divenuto mero oggetto di fattucchiereria e obliata la sua antica forza vitale e purificatrice. Sarebbe impossibile, ormai, cogliere appieno il senso di sacrale rinascita, di stimolante fusione con l'essenza divina, che poteva esaltare un neofita di Cibele. Non più elemento purificatore, non più mezzo di rinascita, non più forza vitale o essenza taumaturgica, non più comunione con la divinità e con la natura, il sangue, col passare del tempo, è divenuto motivo di condanna o ripetitivo impiego superstizioso o impressionante nota cromatica nello scenario delle umane vicende.
 

Bibliografia

Note

[1] La figura di Dracula, consacrata alla letteratura da Bram Stoker, oltre che nel proliferare di fenomeni vampireschi - e di relativi testi sull'argomento - nel XVII secolo, sembra avere un sicuro riferimento storico nella persona del voivoda Vlad, nobile transilvano del XV secolo che derivò forse il suo appellativo Drakul (Drago) dall'omonima onorificenza concessagli dall'imperatore Sigismondo e il soprannome d'impalatore dai molti Turchi che egli, accanito difensore delle proprie terre, aveva in tal modo fatto suppliziare. La contessa Bathory, invece, era una nobile ungherese del XVI secolo, usa a sgozzare fanciulle e a bagnarsi nel loro sangue; processata, fu condannata ad essere murata viva.

[2] I passi del Vecchio Testamento in cui si trovano disposizioni a proposito del sangue sono: Gen 9, 4; Lev 4, 25-26; 7, 26-27; 12, 2-5; 17, 14; Deut 12, 16; 1 Sam 14, 32; nel Nuovo, oltre i molti riferimenti all'eucarestia, si vedano Act, 15, 20-29; 21, 15.

[3] Divinità originaria della Frigia, Cibele fu ufficialmente riconosciuta in Roma nel 204 a.C. ma divenne veneratissima soprattutto in epoca imperiale. L'origine arcaica del suo culto, che affondava nei più primordiali istinti umani, e taluni suoi aspetti - come, ad esempio, quello concernente la morte e la resurrezione del suo amante-figlio Attis - fecero sì che, nel corso dei secoli; la Grande Madre venisse identificata sia con altre similari divinità pagane sia con elementi dello stesso cristianesimo - Cibele = Maria, Attis = Gesù - e che il suo ricordo sopravvivesse comunque a livello popolare, sia nel persistere di antichi riti agrari, sia in certe forme di stregoneria (La Signora del Gioco che presiedeva ai raduni stregonici).

[4] Dio solare, inquadrato nel sistema dualistico zoroastriano, Miilira è il campione del Bene contro le forze del Male. I suoi misteri trovarono, in epoca imperiale, larghissima diffusione soprattutto fra i soldati, Gli accoliti si riunivano in sacelli sotterranei, atti a raffigurare la grotta mitica nella quale il Dio trascina e iugula il toro.
 

Articolo pubblicato sulla rivista Abstracta n. 3 - marzo 1986, pp. 50-53, riprodotto per gentile concessione dell'autrice che ne detiene i diritti. Riproduzione vietata con qualsiasi mezzo.