Dal primo best-seller di Britannia

La storia di Merlino

Ferruccio Bertini - Ordinario di Letteratura Latina, Università di Genova

Nella Storia dei re di Britannia scritta da Goffredo di Monmouth nel XII secolo, personaggi centrali sono Re Artù e soprattutto Merlino, mitica figura di profeta, nato dall'unione di una vergine con un incubo. Nella successiva Vita di Merlino, però, Goffredo ripropone lo stesso personaggio con connotazioni molto diverse. All'origine della tradizione, ci sono dunque due Merlini? Ferruccio Bertini ci conduce attraverso i meandri di questa affascinante ipotesi.

miniatura dala Ystoire de Merlin

Il diavolo si accoppia con la madre di Merlino per generare il futuro mago (miniatura tratta dalla Ystoire de Merlin, XV secolo).

Dopo aver subito per un secolo e mezzo le pressioni, le invasioni e, per alcuni anni, il dominio dei danesi, nel 1043 l'Inghilterra vide tornare sul proprio trono un re sassone della dinastia del Wessex: Edoardo il Confessore.

I ventitré anni del suo regno costituirono una sorta di preludio al dominio normanno. Edoardo era infatti figlio di una normanna ed era stato educato in Normandia. Alla sua morte senza eredi questi elementi fornirono il pretesto al duca Guglielmo il Conquistatore per rivendicare un suo presunto diritto al regno. Egli sbarcò sulle coste inglesi con molti armati, sconfisse facilmente i Sassoni nella battaglia di Hastings (1066) e divenne padrone dell'isola negli stessi anni in cui il suo connazionale Roberto il Guiscardo poneva fine al dominio bizantino (e longobardo) nell'Italia meridionale.

La conquista normanna consentì maggiori contatti tra l'Inghilterra e il continente, facilitandone i rapporti soprattutto con la Francia e l'Italia; Lanfranco di Pavia (1003-1089) e il suo allievo, Anselmo D'Aosta (1033 - 1109), divenuti entrambi dapprima priori nell'abbazia franco-normanna di Bec e poi arcivescovi di Canterbury, favorirono con la loro attività questa osmosi culturale.

Le impresse dei Normanni in Inghilterra e in Italia e i grandi uomini che le guidarono offrirono così argomenti di grande attualità e di estremo interesse a un genere letterario che conobbe nel XII secolo una fioritura particolarmente intensa e rigogliosa: la storiografia.

Le opere più rappresentative di questo settore furono la Storia Ecclesiastica del monaco anglo-normanno Orderico Vitale, che trattò in 13 libri il periodo compreso tra la nascita di Cristo e il 1141, dando appunto particolare rilievo alle gesta dei Normanni; la Storia delle imprese dei re d'Inghilterra, composta dal benedettino Guglielmo di Malmesbury, che proseguì la Storia ecclesiastica del popolo degli Angli di Beda fino al 1125 e continuò poi la narrazione fino al 1143 nella Storia Nuova e, infine, nella Storia degli Angli, che l'arcidiacono Enrico di Huntington, anch'egli sulle orme di Beda, pubblicò in edizioni successive tra il 1129 e il 1154.
 

Vita di Goffredo di Monmouth

In tale contesto storico e culturale vanno collocate la vita e le opere di Goffredo di Monmouth, che, nell'anno 1138 compose quella Storia dei re di Britannia che è stata recentemente definita il primo best-seller britannico[1].

Goffredo nacque dunque a Monmouth, nel Galles meridionale, intorno al 1100, quando la regione, che una trentina di anni prima era caduta sotto l'influenza bretone, era divenuta una signoria più o meno indipendente.

Dopo una prima educazione nel monastero benedettino del luogo, nella piena maturità, cioè tra i 30 e i 50 anni, egli visse a Oxford, in qualità di canonico secolare della chiesa agostiniana di Saint George, e vi esercitò anche l'insegnamento poiché in alcuni documenti il suo nome è preceduto dalla qualifica di Magister.

Nel 1152 fu consacrato vescovo di Saint Asaph, nel Nord-Est del Galles, anche se probabilmente non prese mai possesso della sede episcopale, poiché essa si trovava in una zona montuosa di frontiera, nella quale la penetrazione normanna incontrava la più fiera resistenza da parte dei ribelli gallesi.

Ricopriva comunque ancora quella carica quando morì nel 1155[2].

Dalla sua Historia regum Britanniae traspare evidente la simpatia per i Bretoni e l'antipatia contro i Gallesi, noncheé un atteggiamento in genere favorevole ai Britanni e ostile ai Sassoni.

L'opera è dedicata a Roberto di Gloucester, figlio naturale di Enrico I, e, secondo quel che afferma Goffredo stesso nell'introduzione, sarebbe interamente basata sul racconto tramandato in un antichissimo volume (Liber vetustissimum) fornitogli dall'arcidiacono Gualtiero, rettore del collegio dei canonici secolari di Saint George a Oxford.

In esso si narrava in lingua britannica (britannico sermone) la storia dei re dell'isola dal mitico Bruto, ritenuto figlio di Silvio e, quindi, discendente di Enea, fino a Cavaladro, morto a Roma nel 689 d.C.; venivano così integrate e illustrate in maniera sistematica le notizie presenti in forma disordinata e, episodica e frammentaria nelle opere canoniche dei primi e più famosi storici dell'Inghilterra: Gilda, Beda e il fantomatico Nennio, a cui è stata a lungo falsamente attribuita la paternità dell'Historia Brittorum.

Merlino e la fata Viviana
Merlino e la fata Viviana
(miniatura di epoca rinascimentale).

Goffredo si sarebbe limitato a tradurre l'opera in latino, ma le sue eccezionali doti di narratore e l'abile uso dell'elemento meraviglioso assicurano alla Storia dei re di Britannia un successo immediato, perché conquistarono la fantasia dei contemporanei, consegnando ai posteri il misterioso e affascinante personaggio di Re Artù, alle cui gesta sono dedicati ben 3 (dal IX all'XI compreso) dei 12 libri in cui è stato tradizionalmente diviso il racconto.

Celebrato in seguito da Chretien de Troyes come il più fulgido eroe del cosiddetto ciclo bretone, Artù divenne leggendario non meno di Alessandro o di Carlo Magno.

Ma al centro della storia Goffredo collocò un'altra formidabile figura destinata a suscitare enorme curiosità: quella di Merlino, celebrato più tardi come mago nel Roman de Merlin di Robert de Boron. Qui egli ci appare soprattutto nelle vesti di profeta che espone una serie di vaticini relativi alla storia britannica a partire dall'invasione dei Sassoni. Composta in un linguaggio oscuro e sconcertante, pieno di simbolismi spesso indecifrabili e basato su metafore di animali (draghi, leoni, lupi, cinghiali, volpi, ricci, pesci, uccelli etc.) la Profezia di Merlino, collocata nel VII libro della Storia Si può considerare la prima opera di letteratura profetica dedicata esclusivamente all'ambito politico.

Se la Storia nella sua totalità ebbe una straordinaria diffusione (se ne conoscono oggi oltre 200 manoscritti!), la cosiddetta Profezia di Merlino ebbe una circolazione ancora più vasta perché, oltre ad essere naturalmente tramandata da tutti i manoscritti della Storia, di cui fa parte, fu riportata come testo autonomo da più di 80 manoscritti e fu più volte rielaborata interamente o parzialmente[3].

Fina dal suo primo apparire l'opera di Goffredo sollevò violentissime polemiche e i più importanti storici delle generazioni successive ne denunciarono le invenzioni e le falsità nel tentativo di ridicolizzarne l'autore, accusato di aver introdotto liberamente nell'esposizione dei fatti elementi di fantasia, componendo piuttosto un romanzo che un libro di storia, Tra gli studiosi moderni molti hanno messo in dubbio la validità storica dell'opera, ora negando l'esistenza del liber vetustissimus[4], ora sostenendo che Goffredo non avrebbe comunque avuto la competenza linguistica necessaria per tradurre dal gallese o dal bretone[5]. Ma è significativo che proprio Guglielmo di Newburgh, che insieme con Giraldo di Barri, fu alla fine del secolo XII tra i più implacabili denigratori di Goffredo non abbia mai sollevato dubbi sull'esistenza dell'originale in lingua celtica[6].

I diavoli decidono la nascita di Merlino
I diavoli decidono la futura nascita di Merlino (Ystoire de Merlin, XV secolo).

Il fatto che il Liber vetustissimus non sia stato ritrovato non basta infatti di per sé a dimostrare che esso non esisteva.

A ingarbugliare ancor di più la già complessa questione contribuì inoltre lo stesso Goffredo, componendo dodici anni più tardi rispetto all'Historia, un poema epico in 1529 esametri intitolato La vita di Merlino. Nella Storia egli aveva narrato l'incredibile nascita di Merlino dall'unione di un incubo con una vergine, aveva poi ricordato episodicamente le sue profezie e gli interventi magici da lui compiuti alla corte dei re Vortigern e Uther Pendragons, ma non aveva più fatto menzione di lui dopo l'episodio dello straordinario concepimento di Artù.

Il nuovo poema è invece dedicato esclusivamente a Merlino, questa volta presentato già adulto, potente re di Demezia (nel Galles meridionale) e dotato del dono della profezia; reso folle dal dolore per la morte in battaglia di tre amati fratelli e divenuto ormai vecchio, egli vive in solitudine nella foresta Caledonia, come un animale selvaggio. La follia di cui è preda gli consente però si pronunciare ancora oscuri vaticini ed enigmatiche profezie, che puntualmente si avverano. Ma quando queste arti divinatorie passeranno alla sorella, la regina Ganieda, il vecchio deciderà di tornare nella foresta e non parlare mai più. A questo punto il poema termina con una profezia di Ganieda che si riferisce chiaramente ad avvenimenti politici inglesi dell'epoca di Goffredo.

Anche in questo caso l'autore afferma di essersi rifatto ad antiche tradizioni celtiche, e in effetti esistono poemi gallesi in cui le doti profetiche di Merlino sembrano fortemente condizionate dalle dolorose vicende della sua vita, ma ancora una volta è difficile stabilire dove finiscano i documenti letterari autentici e dove cominci la fantasia dell'autore, il cui scopo ultimo sembra essere quello di divertire i suoi lettori.

Dal punto di vista squisitamente letterario tuttavia, la Vita, nonostante qualche piccola incongruenza nella trama, si presenta come una storia altamente drammatica, narrata con toni vivaci, in cui il poeta sa controbilanciare abilmente i due aspetti fondamentale della personalità di Merlino: la follia e il genio profetico.

Dal loro armonioso contrasto emerge una figura misteriosa e affascinante, in grado di contendere ad Artù la palma dell'eroe preferito nel cuore del lettore e dell'ascoltatore medievale.

Il Merlino propostoci da Goffredo nelle due opere sembra in realtà riflettere personaggi diversi, non foss'altro che per motivi cronologici: il protagonista della Vita è infatti contemporaneo dei re Rodarco e Guennolo, storicamente vissuti nella seconda metà del secolo VI, mentre quello della Profezia viveva al tempo di Vortigern, cioé nella prima metà del V secolo. A due persone distinte pensava perciò già Giraldo di Barri, secondo il quale il contemporaneo di Vortigern era un Merlino soprannominato Ambrogio (Iste qui et Ambrosius dictum est), mentre quello della Vita era nativo di Scozia ed era soprannominato Silvestre (qui est Celidonius dictus est ... et silvester)[7].

Se con simili artifici riuscì forse a ingannare la maggioranza dei suoi contemporanei, poco esperti nella cronologia della storia patria, tuttavia non convinse gli studiosi moderni, che continuarono a discutere e a domandarsi se Goffredo avesse inventato tutto di sana pianta, se si fosse davvero limitato a tradurre le sue fonti gallesi o britanniche, o se avesse seguito il metodo della rielaborazione parziale.

E infatti, se non proprio di due personaggi distinti, si trattava almeno di un medesimo personaggio descritto e presentato però da due fonti diverse: appunto col nome di Ambrogio compariva negli anni 829-830 nell'Historia Brittorum, un tempo attribuita a Nennio[8], nella quale egli agiva e si comportava con Vortigern esattamente come il Merlino della Profezia, mentre il Merlino Caledonio o Silvestre presenta evidenti coincidenze con il bardo Myrddin, protagonista di un ciclo di poemi profetici gallesi.

Con ogni probabilità negli anni in cui aveva composto la Storia dei re di Britannia Goffredo ancora non conosceva questo ciclo gallese; nella Vita cercò quindi per quanto gli era possibile, di unificare i due personaggi, giustificandone le incongruenze più evidenti. Attribuì pertanto al profeta una straordinaria longevità, facendogli affermare di essere vecchio quanto le più antiche querce della foresta Caledonia.

In realtà proprio il tentativo, non sempre riuscito, di unificare due figure che le fonti storiche e folkloriche gli presentavano con caratteristiche distinte, mi induce a ritenere che Goffredo adoperasse fonti autentiche in lingua volgare. Se avesse inventato tutto, non avrebbe certo dovuto affaticarsi per unificare tradizioni contrastanti.

Sandys, La fata Morgana

La fata Morgana, olio di F. Sandys (1864).

È probabile però che con la sua fertile inventiva egli abbia introdotto nuovi elementi nel Corpus tradizionale dei poemi su Merlino, ma questo è del tutto naturale, ben consapevole del potere di suggestione che le profezie in genere esercitano sulla gente comune, Goffredo fu tra i primi a servirsene in campo politico per svolgere un'abile opera di persuasione occulta e di orientamento dell'opinione pubblica a favore dei sovrani suoi amici.

L'aspetto maggiormente rivoluzionario dell'opera complessiva di Goffredo, ma soprattutto del Goffredo storico, fu comunque quello di aver laicizzato e secolarizzato la narrazione, liberandola dalla cornice in cui tutti i suoi predecessori l'avevano, più o meno forzatamente, inserita: quella della storia cristiana della salvazione[9].

In tal modo Goffredo si opponeva alla tendenza diffusa e generalizzata nell'Alto Medioevo di considerare la storia delle popolazioni barbariche, almeno in parte alla stregua della storia ecclesiastica, e quindi in essa inserita.

A questo cliché non erano sfuggite nei secoli precedenti la Storia dei Franchi di Gregorio di Tours, la Storia dei Longobardi di Paolo Diacono e, soprattutto, la Storia ecclesiastica del popolo degli Angli di Beda. Ma ad esso si era adeguato anche Orderico Vitale, il contemporaneo di Goffredo che nella sua Storia ecclesiastica aveva naturalmente privilegiato la narrazione delle imprese dei Normanni.

La nascita di Merlino

La nascita di Merlino in forma mostruosa (Ystoire de Merlin, XV secolo).

Tale adesione implicava una visione esemplare, etica e provvidenziale della storia, che tendeva a identificare via via nei Franchi, nei Longobardi, nei Sassoni e infine nei Normanni il popolo scelto da Dio, l'ultimo erede di Israele.

D'altra parte nella storiografia di epoca Normanna erano compresenti aspetti in forte contrasto con questa visione: la constatazione della dura repressione della libertà della popolazione anglosassone, il risalto conferito ai più famosi sovrani e condottieri (presentati nella loro individualità irripetibile di esseri umani, piuttosto che come pure e ripetitive incarnazioni dell'ideale del re e del condottiero cristiano) e l'attribuzione di un ruolo determinante alla fortuna .

In tal senso la Storia di Goffredo appare modellata su quelle contemporanee di Guglielmo di Malmesbury e di Enrico di Huntingdon; ma a differenza dei suoi modelli Goffredo si riserva di integrare a suo piacimento i dati storici di cui dispone, ogni qual volta il suo estro artistico e la sua genialità di scrittore e romanziere glielo suggeriscano. Furono forse queste le motivazioni che lo indussero a riservare un ruolo privilegiato alle figure di re Artù e di Merlino, profeta e mago, ma furono sicuramente queste le cause che fecero della sua Storia dei re di Britannia il primo best-seller del suo paese.
 

Note

[1] N. Tolstoy, The quest of Merlin, London, Sceptre edition, 1988, p. 21.

[2] Per notizie analitiche sulla vita di Goffredo cfr. soprattutto B. Clarke (ed.), Life of Merlin. Geoffrey of Monmouth Vita Merlini, Cardiff 1973, pp. 26-35.

[3] La storia della fortuna e della tradizione della Profetia Merlini è stata magistralmente illustrata da P. Zunthor, Merlin le profet. Un thème de la littérature polémique de l'historiografie et des romans, Lausanne 1943; per un puntuale e intelligente aggiornamento della problematica si vedano oggi: Caroline D. Eckhardt, The Profetia Merlini of Geoffrey of Monmouth, a fifteenth-century english commentary, Cambridge (Massachussetts) 1982, pp. 3-15 e Gabriella La Placa, La Profetia Merlini di Goffredo di Monmouth, in La Profezia, Atti del convegno di Brisighella, 2-3 luglio 1989.

[4] Il più autorevole sostenitore di questa tesi fu Edmond Faral, La légende arthurienne, vol. 2, Paris 1929.

[5] T.D. Crawford, On the linguistic competence of Geoffrey of Monmouth, in Medium Aevum, 51 (1982) pp. 152-162.

[6] Cfr. Guill. Novib. Hist. rer. Angl. praef., in Chronicles of the Reigns of Stephen, Henry II and Richard I, ed. R. Howlett, vol. I, London 1884 (rist. anast. 1964), pp. 11-12, e Girald. Cambr. Itin. Cambr. I 5.

[7] Girald. Cambr. Itin. Cambr. II 8.

[8] Si tratta dei capp. 40-42 estrapolati a loro volta dal Libro di San Germano, nel quale, d'altronde, non mancano certo le contraddizioni interne, visto che colui che viene definito per antonomasia "il ragazzo senza padre", cioé appunto Merlino, rivela a un certo momento di essere figlio di un custode romano.

[9] Questo concetto è stato sviluppato con particolare vivacità e acutezza di argomentazioni da R.W. Hanning, The vision of History in Early Britain, New York and London 1966, pp. 121-172.

Articolo pubblicato sulla rivista Abstracta n. 47 - aprile 1990, pp. 27-31, riprodotto per gentile concessione dell'autore che ne detiene i diritti. Riproduzione vietata con qualsiasi mezzo.