Adi Nath, Matsyendra Nath e Goraksh Nath. L’origine della tradizione Nath.

SHIVGORAKSHANATHJI

 Amar Katha

Una volta Parvati chiese al suo consorte, il Signore Shiva: “O il più grande degli Dei, tu indossi attorno al collo una ghirlanda di teschi umani. Puoi spiegarmi perché lo fai e a chi sono appartenuti?”. Con un sorriso, il Signore degli Yogi rispose: “Tutti appartenevano a te nelle tue vite precedenti, e li indosso perché mi ricordano dei momenti felici.” Parvati fu molto stupita di questa risposta. Era chiaramente turbata: “Tu sei una persona senza cuore! Sono stata la tua amata compagna, vita dopo vita, e tu che sei immortale hai collezionato i miei teschi e li hai messi intorno al collo senza pietà? Questo è dunque il tuo amore!”. Era molto arrabbiata con Shiva. Come al solito rimanendo tranquillo, il Signore degli Yogi rispose con un sorriso gentile: “Mia cara, non è colpa mia se sei morta e nata molte volte, dipende solo da te. Poiché non sei a conoscenza dell’Amar Katha (Dottrina dell’Immortalità), il tuo destino può essere solo questo. Solo chi sa può diventare immortale. L’Amar Katha è il più grande segreto e il mistero di questo mondo, e il solo modo per ottenere l’immortalità”. Dopo che ebbe finito di parlare, Parvati esclamò:”Dovresti subito insegnarmi questo Amar Katha, così diventerò immortale come te e non morirò più.” Era furiosa come non mai. Shiva sorrise dolcemente e disse: “Che cosa meravigliosa! Sai, Parvati, di volta in volta, nelle tue vite precedenti, hai chiesto la stessa cosa. E ogni volta che cercavo di raccontarti questo Katha (storia), poiché non stavi ascoltando con la dovuta attenzione, non hai potuto raggiungere la sua piena conoscenza. Per raggiungere l’immortalità si deve ascoltare attentamente dall’inizio fino alla fine. Tu non sei stata in grado di farlo in nessuna delle tue vite precedenti, quindi sei morta ogni volta. Se insisti, proviamoci ancora una volta. Ma per favore, ascolta con attenzione questa volta, perché per diventare libera dagli infiniti cicli di nascita e morte, devi sapere tutto il Katha, dall’inizio fino alla fine. Appartiamoci quindi in un luogo solitario dove nessuno ci possa ascoltare, perché dovremmo tenere questa conoscenza segreta a tutti gli altri.” Raggiunsero la riva del mare, dove erano completamente soli e il rumore delle onde non consentiva a nessuno di ascoltare quello che dicevano. Si sedettero comodamente, e Shiva incominciò a raccontare l’Amar Katha a Parvati.

Accadeva che qualche tempo prima di questo evento, in una famiglia bramina era nato un bambino, e poiché la posizione delle stelle al momento della sua nascita era molto infausta, suo padre lo aveva gettato in mare. Il bambino non era annegato, ma era stato inghiottito da un grosso pesce, e nello stomaco del pesce miracolosamente era sopravvissuto, e lì dentro ancora viveva. Poco prima dell’arrivo di Shiva e Parvati, il pesce aveva raggiunto lo stesso luogo e si era fermato lì per una sosta. Essendo ricoperto dall’acqua, era del tutto invisibile. Il bambino che viveva nel ventre del pesce, anche lui era giunto lì. Così, quando Shiva e Parvati arrivarono, anch’egli si trovava lì con loro, coperto dall’acqua, e impotente. Grazie a questa situazione, si trovò ad ascoltare tutto l’Amar Katha dall’inizio fino alla fine, senza interruzione. Shiva non si accorse della sua presenza fino alla fine, e il bambino rimase per tutto il tempo ad ascoltare con attenzione. Parvati era inizialmente molto desiderosa di ascoltare. Ascoltava con grande concentrazione, ma siccome il Katha era molto lungo, e la voce insieme al suono delle onde erano così monotoni, si sentì sopraffare dalla sonnolenza dopo poco tempo. Lentamente scivolò nel sonno profondo. Quando Shiva finì di raccontare, disse a Parvati: “Dunque spero che questa volta tu abbia compreso tutto correttamente”, ma lei non rispose. Allora Shiva volse lo sguardo verso Parvati e fu di nuovo sorpreso di vedere che era profondamente addormentata. La svegliò e disse:”Ancora una volta ho recitato la storia dell’Amar Katha per te, ma come nelle tue vite precedenti, non sei stata in grado di ascoltare attentamente e hai ceduto al sonno. Ora, che cosa posso fare per te?” Parvati provava vergogna di se stessa e delusione, quindi implorava con le mani giunte: “O Mahadeva, ti prego, raccontamelo di nuovo, questa volta non dormirò”. “Mi dispiace”, rispose Shiva “ma non posso farlo una volta di più perché tale è la legge, l’Amar Katha può essere detto alla stessa persona solo una volta nel corso di una vita. Dobbiamo aspettare la tua prossima vita, mi dispiace”. Parvati fu costretta ad accettare quello che era successo, e poiché non si poteva rimediare, si mise in pace.

Improvvisamente Shiva sentì che qualcuno si trovava nelle vicinanze, ma inizialmente non riusciva a localizzare dove fosse. Con i suoi poteri Yogici percepiva chiaramente che qualcun altro aveva ascoltato l’Amar Katha, senza il suo permesso. “Ehi, chiunque tu sia, vieni subito davanti a me!” disse. Allora il pesce aprì la bocca e il bambino saltò fuori dall’acqua, proprio di fronte a lui. In un primo momento, Shiva si adirò alla vista questo ascoltatore non voluto: “Ed eccoti qui!”esclamò. Stava per ucciderlo con il suo tridente, perché ragazzo aveva commesso un grave crimine ascoltando di nascosto l’Amar Katha. Il bambino era in piedi di fronte a lui, con le mani giunte.”Chi sei e come sei arrivato qui?” Śiva chiese. Il ragazzo raccontò la sua storia, di come fosse stato inghiottito dal pesce e avesse involontariamente ascoltato il segreto che Śiva narrava a Parvati. Shiva comprese che il ragazzo era innocente e che tutto questo era accaduto contro la sua volontà. Comprese però che quel ragazzo era diventato immortale poiché aveva ascoltato l’intero Amar Katha, ed era stato iniziato alla “Dottrina dell’Immortalità”. La Devi esclamò: “Che bel bambino! Che cosa hai intenzione di fare di lui?” Shiva stava riflettendo da un po’. Poi disse: “Vedo in quello che è successo oggi un segno del destino, quindi penso che sia venuto il tempo di offrire alla gente la conoscenza dello Yoga. Io sono Adi Nath e lui ha ricevuto l’iniziazione da me, anche se non ero disposto a concedergliela. D’ora in poi il suo nome sarà Matsyendra Nath, poiché è diventato un Nath ed è venuto da un pesce. Fino a questo momento io ho tenuto segreta la conoscenza dello Yoga, ma ora penso che sia giunto il momento di accordarla a tutti. Lui andrà tra il popolo a diffondere la dottrina dello Yoga. Poi Shiva inserì i kundal (orecchini) nelle orecchie del ragazzo, come i kundal che egli stesso indossava. Ora il ragazzo era in piedi davanti a Śiva con le mani giunte: “O Nath! Sono solo un piccolo bambino indifeso. La dottrina che sono venuto a sapere è molto difficile da capire, più difficile da praticare e impossibile da insegnare agli altri. Come posso da solo svolgere questo compito? Ti prego di avere pietà di me”. Il Grande Signore sorrise e disse: “Non ti preoccupare, figlio mio, ora non sei indifeso come prima e non sei solo, perché io sono con te. Io stesso ti assisterò nella fondazione della dottrina dello Yoga sulla terra. Ora vai e incomincia, poi io stesso mi unirò a te e ti aiuterò in questo compito; ancora di più, io diventerò tuo discepolo, per il bene dello Yoga”.

Matsyendra Nath

śrīGuruṁ paramānandaṁ Vande svānandavigraham |
yasya sannidhyamātreṇa cidānandāyate tanuḥ | | 1 | |
antarniścalitātmadīpakalikā svādhārabandhādibhiḥ
yo Yogi yugakalpakālakalanāttvaṁ ca jegīyate |
jñānāmodamahodadhiḥ samabhavad yatrādināthaḥ Svayam
vyaktāvyaktaguṇādhikaṁ tamaniśaṁ śrīmīnanāthaṁ bhaje | | 2 | |
(Gorakṣa Śataka versi 1-2)

“[1] Saluto il Guru, (che è) incarnazione della beatitudine eterna, che conferisce (al discepolo) lo stato di beatitudine del Sé, il sommo eterno Sé, e grazie alla cui sola vicinanza il corpo è trasceso come pura coscienza e beatitudine. || [2] A tale Yogi che in tutte le età e in ogni epoca dimora all’interno della luce perpetua della fiamma della sua anima, lì stabilito in virtù della sua pratica, e che non è influenzato dai cambiamenti del tempo, che ha realizzato la sua unità con Adi Nath stesso, che è come il grande oceano di conoscenza e beatitudine, che è più di ciò che le qualità vyakta e avyakta possano descrivere, a quel venerabile Mīnanātha io porgo il mio saluto.”(Gorakṣa Śataka versi 1-2)

Il nome di Matsyendra Nath è uno dei più noti tra gli Yogi del Nath Sampradaya, nonché di tutta la tradizione Mahasiddha. E’ sopratutto conosciuto come il Guru di Goraksh Nath, e meno conosciuto come uno dei fondatori della scuola tantrica Kaula. Matsyendra Nath è una figura molto importante per i Nath, quale fondatore della tradizione. Anche se il fondatore è ritenuto essere Guru Goraksh Nath, che propriamente ha fondato l’ordine degli Yogi, i nomi di Matsyendra Nath e Jalandhar Nath lo precedono temporalmente nella lista degli Acharya, ovvero nel Parampara – il lignaggio della setta. Per questo motivo Matsyendra Nath è anche conosciuto come Dada (Guru) Matsyendra Nath, dove “Dada” significa”nonno” Guru. Se Goraksh è unanimemente accettato come Guru da tutti i Natha, Matsyendra Nath è riconosciuto come il precettore e il padre spirituale del loro Guru, e quindi come il “nonno” Guru.

Esistono molte leggende, in India e Nepal, che descrivono i poteri soprannaturali e i miracoli compiuti da Matsyendra Nath. E’ opinione diffusa che, come Goraksh Nath, anche lui fosse immortale, dotato di straordinari poteri magici e superiore all’essere umano ordinario. Egli è menzionato come uno dei grandi Siddha, tra coloro che hanno annientato l’effetto del tempo grazie al potere dell’Hatha Yoga, capaci di spostarsi nell’Universo liberamente. A volte Matsyendra Nath è paragonato a Shiva nella tradizione indiana Nath, e nella tradizione buddista del Nepal è adorato come Avalokiteshvara, divinità del pantheon buddista. Uno dei più noti tra i suoi poteri soprannaturali, citati nelle leggende, è stata la capacità di abbandonare un corpo e di entrare in un altro a suo piacimento, e di rimanervi per un periodo prolungato di tempo. Si ritiene che nella conoscenza delle scienze occulte e della magia non fosse secondo a nessuno, probabilmente escludendo solo il suo grande discepolo. Ha avuto anche reputazione di famoso praticante tantrico, e in alcune storie appare come mago malvagio che stermina con la sua magia l’esercito del re del Nepal, che sarà successivamente restaurato da Gorakh Nath. Egli è onorato come Guru e come ideale di sadhaka da molti praticanti moderni di Tantra, soprattutto tra coloro che cercano di seguire il percorso Kaula Shakti marga.

Alcune leggende lo dipingono come lo Yogi”caduto”, che imprigionato dalla sua passione per le donne, dimentica il suo passato yogico, e Goraksh Nath deve salvarlo da questa situazione. Eppure altre fonti dicono che avrebbe commesso i suoi”errori”solo a beneficio del mondo e del suo illustre discepolo, totalmente distaccato da tutto quello che stava facendo (e se supponiamo che il suo spirito fosse libero dall’attaccamento al corpo, ciò dovrebbe essere vero); infatti, essere il Guru di Dio era compito non facile. I rapporti tra Matsyendra Nath e Goraksh Nath sono considerati un esempio ideale della relazione tra Guru e discepolo, e ne indicano il percorso da seguire; tutti coloro che hanno raggiunto la liberazione e l’immortalità hanno compiuto solo questo percorso.
Esistono molti elenchi differenti dei Nove Grandi Nath, e Matseyndra Nath appare in quasi tutti. Tra Tra i membri della Enneade dei Grandi Natha è conosciuto come Māyā Svarupī o Māyā Pati Dada Matsyendra Nath, nomi che hanno un significato simbolico. Māyā Svarupī può essere tradotto come “la forma di Maya (illusione)” e Maya Pati indica il padrone dell’illusione. In questo contesto egli appare non come limitata individualità umana, ma piuttosto come paradigma universale del potere dello Yoga. Dopo il risveglio della Kundalini, non è Guru solo l’individuo che sta guidando lo Yogi attraverso il cammino, ma l’intera esistenza diventa il suo Guru; Maya passa dal ruolo di mera illusione a diventare Yoga Maya, il potere della trasformazione che conduce verso il Sé spirituale.
Intorno alla tradizione Nath esistono numerosi canti popolari devozionali che presentano le idee degli Yogi Nath, composti in vari dialetti antichi e moderni dell’India, i cui temi sono molto popolari, soprattutto nella parte settentrionale del paese. La maggior parte di essi sono scritti in forma di monologo di Matsyendra Nath, che si rivolge al suo discepolo Goraksh Nath e terminano con le parole,’Kahate Matsendar Baba, suno Jati Goraksh’, che significa ‘Matsendar sta parlando, ascolta oh Goraksh!’

Goraksh Nath

Da tempo l’India è riconosciuta come un importante centro della vita spirituale, che ha esercitato grande influenza sullo sviluppo di tutta la civiltà umana. La storia del paese è stata sempre segnata dalle storie di diversi grandi santi, Siddha e MahaYogis, che appaiono di volta in volta a guidare l’umanità verso ideali più alti, grazie all’esempio delle loro vite illustri.
Tra le altre personalità di spicco dell’India il nome di Guru Goraksh Nath è riconoscibile per le molte leggende sulle sue opere meravigliose. Si tratta di storie molto inusuali, che appaiono fiabesche alla mentalità moderna, orientata al materialismo, tanto che oggi risulta molto difficile sospendere l’incredulità e lasciarsi persuadere da esse. Tra le sua gesta, è descritto volare, trasformare una montagna in oro, creare delle persone viventi con i suoi poteri Yogici e compiere molti miracoli e altri eventi soprannaturali, contraddicendo tutte le leggi della scienza moderna. Nella lingua Hindi esiste un’espressione connessa con il suo nome:”Goraksh Dhanda”, che tradotto letteralmente significa”sconcertante come le gesta di Goraksh”, che viene utilizzata per definire gli eventi che accadono in circostanze strane e misteriose. Letteralmente tradotto, il nome di Go – raksa significa “Colui che difende le vacche”. In una delle rime devozionali dei Natha, i sensi sono paragonati a vacche brade che chiedono che egli le protegga come un mandriano. Gorakh è una variante della grafia dello stesso nome, con lo stesso significato.
Come personaggio storico, Goraksh Nath è molto famoso in tutta l’India, un celebre santo, che ha raggiunto l’eccellenza suprema nella pratica dello Yoga e acquisito poteri soprannaturali. Avrebbe viaggiato ampiamente in India e nei paesi vicini, e ancora oggi, molti luoghi sono ricordati come teatro delle leggende e dei suoi miracoli. La forte personalità e la realizzazione nello Yoga gli hanno accordato un vasto seguito, e alcuni dei regnanti suoi contemporanei diventarono suoi discepoli. Sembra che al momento della formazione dell’ordine Nath, egli sia stato unanimemente accettato come un’incarnazione di Shiva, e in tal modo, molte altre sette ascetiche furono felici di unirsi all’ordine appena creato. Esistono molti libri attribuiti alla paternità di Goraksh Nath, alcuni dei quali sono stati pietre miliari per lo sviluppo della tradizione Yoga. Tra di essi, alcuni sono in sanscrito e altri sono scritti nei dialetti medievali dell’India.
Non si sa molto del luogo della sua nascita, e opinioni diverse sono state sostenute da diversi studiosi. Le aree del Bengala, Nepal, Assam, Punjab, Gujarat, Karnataka, Uttar Pradesh, Himachal Pradesh, Uttarakhand e Maharashtra sono le più menzionate nelle leggende della sua vita. Secondo le opinioni espresse da alcuni ricercatori, egli non visse prima del 7° secolo e non oltre il 12° secolo dC. La prima data si basa sull’ipotesi che sia stato contemporaneo del re del Nepal Narendra Deva, che salì al trono intorno al 640 dC e governò fino alla morte, avvenuta nel 683 dC. L’ultima data è ricavata sulla base della biografia del santo Jñāneśvar, secondo cui Goraksh Nath non era vissuto molto tempo prima di lui.

I Nath Yogi credono che Goraksh Nath fosse molto più di un Guru umano, e insistono sulla sua miracolosa nascita non umana e ne affermano l’immortalità. Si racconta che vivesse ancor prima che la Creazione avesse avuto luogo, e poi attraverso tutti i quattro Yuga, e che viva ancora adesso, sebbene invisibile. Varie testimonianze riportano di incontri con diverse persone vissute in epoche molto distanti tra loro, e dunque in un arco di tempo impossibile per l’essere umano ordinario. Egli è descritto come sfondo invisibile e potere ispiratore dietro la manifestazione di molti santi, in diversi periodi della storia. Kabir, Guru Nanak, Guga Pir, Raja Bhartrihari e molti altri sono tradizionalmente collegati con la sua personalità. Secondo alcune leggende, egli non era legato a un corpo fisico, ed era in grado di lasciare facilmente il proprio corpo ed entrare in altri corpi, o di crearne uno, o più di uno, con la sua volontà e che, dunque, fosse immortale. I Nath ritengono che sia ancora vivo e appaia in luoghi diversi, quando si renda necessario proteggere Dharma. Continua a Leggere →

Alcuni aspetti degli insegnamenti dei Nath

Gorakshnath

[Da Gopinath Kaviraj, “Princess of Wales Sarasvati Bhavan Series, Vol VI”, 1927]

La posizione metafisica dei Nath non è monista né dualista. E’ trascendente nel più vero senso della parola. Essi parlano dell’Assoluto (Nath), al di là delle opposizioni implicite nei concetti di Saguna e Nirguna, o di Sakara e Nirakara. Perciò, per essi il fine supremo della vita è realizzare se stessi come Nath e restare eternamente radicati al di là del mondo delle relazioni. La via per conquistare tale realizzazione è detta essere lo yoga, su cui investono molta energia. Sostengono che la Perfezione non si posa raggiungere con altri mezzi, se non con il sostegno della disciplina dello yoga.

Ma che cos’è lo yoga? E’ spiegato in realtà in termini differenti, a seconda dei testi. Ma in qualsiasi forma lo si voglia spiegare, il concetto centrale rimane lo stesso. Secondo Brahmananda il sole e la luna sono come Prana e Apana, la cui unione è Pranayama, che è dunque il significato di Hata Yoga. La conquista di Vayu è dunque l’essenza dell’Hata yoga.

Si ritiene che questo tipo di yoga sia stato introdotto in India dai Nath. Lo Hata yoga Pradipika afferma che il mistero di questo yoga è noto solo a Matsyendra Nath e Goraksa Nath. Brahmananda aggiunge il nome di Jalandhara, Bhartrhari e Gopichand, tutti appartenuti all’ordine dei Nath. Sembra quindi che Goraksa, o forse prima ancora Matsyendra, furono i primi precettori dello Hata Yoga. E questo si può collegare al detto: “poiché tutta la conoscenza si deve dire che proviene dal Supremo Signore” (HataYoga Pr.1-1)

Il principio generale da cui procedono pare essere la ricognizione delle diverse gradazioni di Materia, partendo dalla più densa, che si mostra ai nostri sensi nella condizione di veglia, fino alla più rarefatta e sottile, a cui si giunge eventualmente al termine dello stato di Samprajnata Samadhi, con il cosiddetto Sasmita Samadhi. Questo in lessico Sankhya.

La coscienza del sé individuale, invischiata nella materia più densa, è in realtà identica alla Coscienza Universale del Mondo – anzi – alla Coscienza Assoluta stessa. Dunque le limitazioni devono essere accuratamente rimosse. Gli Hatha Yogi insegnano che l’unico modo sicuro e veloce di trascendere le limitazioni è quello di risalire, controllando il Vayu, da un piano ad un altro fino a raggiunge l’unione Spirito-Materia del piano più elevato, che si manifesta nella cosiddetta corona del Loto dai Mille Petali (Sahastradalakamala). Le limitazioni sovrapposte sono prodotte dall’impulso creativo del Signore Supremo nella Materia.

Per parlare più chiaramente. L’anima pura, che è modo dell’Assoluto e, in ultima analisi, consustanziale con esso, nella sua fase mondana si avvolge in un doppio rivestimento di Manas e Bhùta, che rappresentano due aspetti della materia sottile. Manas (mente) è inteso in un senso molto ampio, come buddhi, anhankara, ecc. I sensi, che si sviluppano più tardi, sono le variazioni funzionali di Manas e sono contenuti in esso. Bhuta sta per gli aspetti materiali concreti, in uno stato di relativo equilibrio. Questo contiene al suo interno i cosiddetti tanmatra (elementi e sensazioni), viz. sabda, Sparsa, Rupa, rasa e gandha, che non sono ancora riconoscibili come tali. Ognuno dei cinque matras ha un proprio centro, in cui può espandersi o contrarsi. L’anima nel suo corso discendente si riveste di questi strati di materia sottile. Anche se la sua purezza innata è oscurata, mantiene ancora un certo grado di coscienza di sé e dei suoi poteri. Il totale oblio avviene solo quando emerge nel mondo esterno, nella materia grossolana. La discesa nella Materia sottile era, per così dire, in linea retta, ma la nascita nel mondo esterno è il prodotto di un movimento obliquo di Vayu. Non appena la coscienza si ritrova racchiusa nella materia sensibile o grossolana, il Manas sviluppa i sensi che iniziano ad operare ciascuno in una propria direzione, in riferimento ad un corrispondente aspetto della materia. E’ per questo motivo che i sensi non possono apprendere nulla al di là della materia densa. Il Manas, quando è astratto dai sensi, è infatti in grado di rivolgersi alla conoscenza soprasensibile. Maggiore è l’astrazione, più pura sarà la qualità della conoscenza. L’astrazione di Manas è dunque sinonimo della sua concentrazione e purificazione conseguente. Il Divyachaksu, il Terzo Occhio o il Terzo Occhio di Shiva non è altro che mente purificata e concentrata. Il Manas quando è rivestito di materia densa può essere descritto come grossolano o legato ai sensi. E in questo stato il Vayu non si muove più in senso rettilineo. Ogni forma di Vayu conosciuta nella nostra esperienza sensibile è di questo tipo secondario, obliquo.

Il movimento obliquo di Vayu nel nostro corpo fisico richiede l’esistenza di canali obliqui, Nadichakra, costituiti da numerose Nadi ramificate in diverse direzioni. Tranne Susumna che è il canale centrale del moto rettilineo del Vayu rettificato, le altre Nadi possono essere classificate sotto due tipi, destra e sinistra, dalla loro posizione rispetto Susumna. Il Manas e Vayu di un uomo comune si muovono lungo questi percorsi tortuosi, collegando tra loro i suoi sensi. Questo movimento è il Samsara, o Vyutthana.

I Nath insistono sul fatto che, se l’Assoluto è da raggiungere, la via centrale che conduce direttamente ad esso, come un fiume che si getta nel mare, deve essere scoperta e seguita. Tutti gli altri percorsi portano fuori strada, verso diversi piani di esistenza materiale, perché contengono sedimenti di materia grossolana. Appena le diverse correnti di Manas, le vrtti dei sensi e Vayu – cioè le funzioni del principio vitale, sono concentrate in un punto con una certa intensità, si osserva la visione di una luce che rappresenta l’espressione della Sakti. E’ il risveglio della Kundalini e la sua liberazione parziale dall’oscuramento della Materia. La Sakti così liberata, per quanto parziale possa essere, si solleva e scompare spontaneamente nell’Assoluto. Questa sparizione non rappresenta un annientamento, ma si verifica per assorbimento e unificazione. L’Assoluto, come concepito in termini di Sakti, è l’infinità di Sakti realizzata. Sakti è un’Unità, sia manifesta o meno. Brahman non è altro che la Shakti eternamente manifesta, che in quanto tale è solo un sinonimo di Siva, privo di azione e delle gradazioni della Materia. Ma una parte di Sakti è inghiottita dalla Materia e sembra perdere la sua identità sotto la pressione di quest’ultima. I Nath sostengono che il Sad-guru, il vero Maestro Spirituale, in virtù della sua Sakti, e poiché il Guru non è altri che Siva al lavoro, da solo è in grado di suscitare la Shakti addormentata del discepolo. La differenza tra Siva e Sakti è davvero una differenza senza alcuna distinzione.

Si tratta di un mistero imperscrutabile come Sakti possa essere oscurata nella Materia. E’ tuttavia vero che una volta che viene risvegliata fa ritorno alla fonte infinita e universale che, in realtà, è libera. La materia sembra dividere Shiva e Shakti, ma non appena la Materia è trascesa questa divisione apparente svanisce. E quindi che cos’è la materia? Si tratta di un fantasma che appare dall’inconsapevolezza dell’unità dell’Assoluto, come Shiva e Shakti. Naturalmente, quindi, quando Shiva e Shakti si realizzano uniti questo fantasma svanisce nel nulla. Lo scopo dello Yoga è la realizzazione di questa Unione. Ciò spiega anche l’immaginario erotico in relazione a questo tema, nel tantrismo e nella letteratura Nath, Hindu e Buddista, utilizzato già dal medioevo. Continua a Leggere →

Ramakrishna e la Visione di Kali. L’Estasi divina.

LA PRIMA VISIONE DI KALI

[…] E, in effetti, ben presto scoprì che strana Dea aveva scelto di servire. A poco a poco divenne sempre più avvinto nella rete della sua presenza cosmica. Se per l’ignorante Ella è l’immagine della distruzione,(Ramakrishna) in lei trovò la benevola, amorevole Madre. Il Suo collo è ornato da una ghirlanda di teste, i suoi fianchi da una cintura di braccia umane, le Sue mani reggono armi mortali, i suoi occhi lanciano fiamme,  ma Ramakrishna sentiva nel Suo respiro il  confortante tocco di un tenero amore, e vide in lei il seme dell’immortalità. (Kali) Si innalza sul petto del suo consorte, Siva, perché Lei è Shakti, la Potenza inseparabile dall’Assoluto. E’ circondata da sciacalli e altre creature abiette, gli abitanti dei campi di cremazione. Ma non è la Realtà Ultima superiore alla santità e all’empietà? La Dea sembra ubriaca, sotto l’effetto del vino. Ma chi avrebbe creato questo mondo pazzo se non sotto l’influenza di una ebbrezza divina ? E’ il simbolo più alto di tutte le forze della natura, la sintesi delle loro antinomie, l’ultima Divinità, in forma di donna. Lei divenne per Sri Ramakrishna l’unica Realtà, e il mondo divenne un’ombra inconsistente. Al suo culto dedicò la sua anima. Davanti a lui fu il portale trasparente dell’ineffabile realtà.

Il culto nel tempio intensificava il desiderio di Sri Ramakrishna di una visione vivente della Madre dell’Universo. Cominciò a passare in meditazione il tempo non  impiegato nel servizio del tempio, e per questo scopo scelse un luogo estremamente solitario. Una giungla profonda, fitta di sottobosco e piante spinose, che si trovava a nord dei tempio. Usato un tempo come luogo di sepoltura, era evitato dalle persone anche durante il giorno per paura dei fantasmi. Qui Sri Ramakrishna incominciò a passare tutta la notte in meditazione, tornando nella sua stanza solo la mattina con gli occhi gonfi, come chi ha molto pianto. Durante la meditazione, deponeva la sua veste e il suo cordone da brahmino. Per spiegare questo strano comportamento, disse una volta a Hriday : “Non sai che quando si pensa di Dio ci si dovrebbe liberare da tutti i legami? Dalla nostra stessa nascita abbiamo le otto catene, odio, vergogna, lignaggio, orgoglio per la buona condotta, paura, evitamento, superbia, dolore. Il filo sacro mi ricorda che io sono un bramino e quindi superiore a tutti. Quando si chiama la Madre si devono abbandonare tutte queste idee”. Hriday pensò che suo zio stava diventando pazzo.

Come il suo amore per Dio si faceva più profondo, incominciò a dimenticare o a trascurare le formalità del culto. Seduto davanti all’immagine, passava ore a cantare i versi dei grandi devoti della Madre, come Kamalakanta e Ramprasad. Quelle canzoni rapsodiche, che descrivono la visione diretta di Dio, intensificavano il desiderio che Sri Ramakrishna già viveva. Sentiva dentro di sé la disperazione di un bambino separato dalla madre. A volte, in agonia, gettava il viso a terra e piangeva con tale amarezza che la gente, pensando che avesse perso la madre terrena, gli porgeva le condoglianze. A volte, nei momenti di scetticismo, gridava: “Sei vera, Madre, o è tutta una finzione – pura poesia senza alcuna realtà? E se tu esisti, perché non ti vedo? O è la religione una mera fantasia e tu sei solo il frutto dell’immaginazione dell’uomo?” A volte si sedeva sul tappeto da preghiera per ore, fermo come un oggetto inerte. Iniziava a comportarsi in modo anomalo, il più delle volte inconsapevole del mondo. Quasi abbandonò il cibo e il sonno lo lasciò del tutto.

Ma non dovette aspettare a lungo. Così descriveva la sua prima visione della Madre: “Sentivo come se il mio cuore fosse stato strizzato, come un asciugamano bagnato, ero sopraffatto dall’inquietudine e dal timore che la realizzazione di Lei, potesse non essermi accordata in questa vita. Non potevo sopportare di più la separazione da Lei. La vita sembrava non essere degna di essere vissuta. Improvvisamente il mio sguardo cadde su una sciabola che era conservata nel tempio della Madre. Decisi di porre fine alla mia vita. E dunque balzai su, come un pazzo, e l’afferrai, quando improvvisamente la Madre benedetta mi rivelò se stessa. Gli edifici, il tempio, e tutto il resto sparì dalla mia vista, senza lasciare traccia alcuna, al loro posto vidi un illimitato, infinito, radioso Oceano di Coscienza. Ovunque guardavo, flutti scintillanti si stavano riversando verso di me da ogni lato, con un rumore terrificante, fino a sommergermi! Stavo ansimando, preso dall’ansia, e crollai, incosciente. Cosa stava accadendo nel mondo esterno non lo sapevo, ma dentro di me c’era un flusso costante di beatitudine pura, tutto nuovo, e sentivo la presenza della Madre Divina”. Sulle sue labbra quando riprese conoscenza del mondo c’era solo la parola “Madre”.

Ramakrishna Kali poster
L’ESTASIA DIVINA

Ma questo fu solo un assaggio delle esperienze intense che seguirono. Il primo contatto con la Divina Madre lo rese più ansioso di conservare una visione di Lei ininterrotta. Voleva continuare a vederla, sia in meditazione che ad occhi aperti. Ma la Madre prese a giocare a nascondino con lui, intensificando la sua gioia e la sua sofferenza. Piangendo amaramente per ogni separazione da lei, scivolava poi in trance e La vedeva in piedi davanti a lui, sorridente, che gli si rivolgeva consolante, di buon umore, pronta a istruirlo. Durante questo periodo di pratica spirituale ebbe molte esperienze non comuni. Quando si sedeva a meditare, sentiva strani ticchettii provenire dalle articolazioni delle gambe, come se qualcuno le stesse bloccando, una dopo l’altra, per tenerlo fermo, e al termine della meditazione sentiva di nuovo gli stessi suoni, questa volta al fine di sbloccarlo, lasciandolo libero di muoversi. Vedeva lampi, come uno sciame di lucciole che aleggiava davanti ai suoi occhi, o un mare di profonda nebbia che lo circondava, attraversato da onde luminose di argento liquido. Oppure, da un mare di nebbia luminosa contemplava la Madre emergere, prima i suoi piedi poi la sua vita, il corpo, il viso e la testa, infine, la sua intera persona, di cui poteva sentire il fiato e la voce. Durante la preghiera nel tempio, a volte si esaltava, a volte restava immobile come la pietra, a volte quasi collassava dall’emozione. Molte delle sue azioni, contrarie alla tradizione, sembravano sacrileghe agli occhi della gente. Prendeva un fiore e lo portava prima sulla propria testa, addosso e ai piedi, per poi offrirlo alla Dea. Oppure, come un ubriaco, annaspava verso il trono della Madre, le accarezzava il mento ed esprimeva il suo affetto per lei, e quindi cantava, parlava, scherzava, rideva e ballava. Oppure prendeva un boccone di cibo dal piatto e lo porgeva alla Sua bocca, pregandola di mangiare, e non era soddisfatto finché non era convinto che lei ne avesse davvero mangiato. Dopo che la Madre era stata richiusa per la notte, Egli, dalla sua stanza, la sentiva muoversi e salire al piano superiore del tempio con i passi leggeri di una ragazza felice, e udiva le sue cavigliere tintinnanti. Poi la scorgeva in pedi, con capelli fluenti. La sua figura nera si staglia contro il cielo della notte, guardando il Gange o le luci lontane di Calcutta. Continua a Leggere →

14 Gennaio, Makar Sankranti

Makar Sankranti è una festività tradizionale dell’India che segna il passaggio del Sole nel segno del Capricorno, il 14 Gennaio di ogni anno; è l’unica ricorrenza ad essere calcolata in base alla posizione del Sole e ad avere perciò una data relativamente fissa, variabile solo a intervalli millenari.
Il suo significato è molto simile al Solstizio invernale, come inteso nei paesi occidentali. Si ritiene che questo sia il passaggio in cui le giornate riprendono ad allungarsi, le temperature diventano più tiepide, e in cui ha inizio la Primavera; di conseguenza chiude un periodo considerato “infausto”, per dare inizio alla rinascita della natura e dello spirito. Questo inizio coincide con il passaggio del Sole nella dimora di Saturno, che nella mentalità Hindu ha una valenza particolarmente severa e malefica. Perciò è proprio nel momento che il sole illumina questa zona aspra che la vita può prendere inizio, incominciando dai raccolti e dalla vita animale. E’ una festa essenzialmente dedicata alla vita agricola e animale, alla vita intesa nel senso primario e cosmico. Il toro, come nell’antichità classica, viene preparato al “sacrificio”: adornato di stoffe colorate, campanelli e calzari, viene portato per le strade accompagnato da musiche e festeggiamenti, ma anzichè essere ucciso, la sera viene portato dove arde un fuoco e condotto con forza ad attraversare la barriera delle fiamme. Il toro, pronto per il sacrificio, attraversa le fiamme, indenne: la primavera ha inizio.

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